23 luglio 2006

Generazioni musicali #2

E' vero.
Fabrizio ha colto una discontinuità importante nei comportamenti sociali della gioventù attuale.
Non c'è più la tendenza a far parte di gruppi chiusi verso l'esterno, con una propria musica, un proprio abbigliamento e a volte anche un proprio vocabolario.
Eppure questa era una tendenza che durava fino dalla metà degli anni cinquanta, almeno all'estero.
Qualcuno di voi si ricorderà i "Teddy Boys", poi vennero Mods e Rockers, gli Hippies o figli dei fiori, il Glam, il Punk, l'Heavymetal, il New-Romantic, il Grunge.....
Questi sono quelli che mi vengono in mente in maniera più o meno cronologica.... e oggi?
Io parlo anche dal punto di vista dell'educatore che ha a che fare con adolescenti e so che la musica è uno dei migliori veicoli di comunicazione.
Ebbene si, la maggior parte dei ragazzi non vede la stranezza di possedere nello stesso "guardaroba musicale" nomi come Vasco Rossi, Eminem, Laura Pausini, System of Down e Gigi D'Alessio magari in mezzo a cd di house e techno.
Io la vedo e spesso la lascio notare anche se cerco di non dare un giudizio di valore.
Il fatto, secondo me, è che quei Movimenti Musicali creavano dei modelli (patterns li chiamava un Prof. di Sociologia) in grado di dare alle persone che li frequentavano un doppio regalo: un ruolo sociale e un'identità.
Oggi, se sono stati abbattuti gli steccati e strappate le divise, i ragazzi mi paiono un pò in debito d'identità.
E questo, anche se detto da un fresco quarantenne, non vada interpretato come la classica geremiade verso "i giovani d'oggi".

6 commenti:

wizzo ha detto...

Dipende da cosa si intende per identità. E' vero che i segnali forti - il chiodo e il moncler, per rimanere a quanto scrivevo qualche giorno fa, l'attaccamento a un solo genere musicale - e certe chiusure verso l'esterno sono un passo fisiologico nella costruzione del sé. A me però la maggiore commistione, in questo senso di generi musicali ascoltati, dà la sensazione che le generazioni che oggi chiamiamo giovani siano più libere mentalmente di quanto lo fossero quelle che le hanno precedute di recente. In questo, quelli che hanno aperto al cambiamento sono i nati a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta. Penso che questi ventenni di dieci anni fa si siano qualificati per saper guardare ai mostri sacri del passato e ai buoni gruppi del loro presente con una ottima capacità di saper pescare in buone acque a prescindere che fossero dolci o salate. Traslando il discorso dalla musica al generale - e sono il primo a riconoscere che è un passaggio azzardato - credo che questi che si affacciano oggi sulla trentina siano stati in qualche modo favoriti dalla de-glaciazione del post muro di Berlino, che se da un lato salvava e valorizzava le identità, dall'altro tendeva in qualche modo a nutrirsi di una troppo rigida ripetizione di schemi forse assunti in maniera eccessivamente acritica. Il discorso su identità e innovazione è quanto mai delicato e l'equilibrio su quel terreno è assai difficile da trovare. Sinceramente, credo che gli attuali quarantenni fossero troppo vicini al polo identitario e quindi conservativo (e le macerie del mondo che cadeva li hanno in qualche modo sorpresi e in alcuni casi soffocati). Quelli che hanno seguito, le macerie le hanno viste soltanto e hanno cominciato a riedificare. Tutto ciò detto con la premura di prendere con il dovuto beneficio d'inventario il fatto che si può parlare di generazioni quanto si vuole, ma all'interno di esse poi si muovono gli individui, che sono un'altra (e complessa) cosa ancora.

madam, i'm adam ha detto...

Per identità intendo naturalmente la costruzione del SE, anche se mi scoccia fare un discorso quasi accademico.... credo che Wizzo fondamentalmente fraintenda o comunque conosca poco la questione delle scelte dei generi musicali nelle giovani leve....
Io sono in contatto per lavoro con almeno 60 ragazzi tra i 16 e i 22 anni e posso garantire che nessuno di loro sa chi siano Ludovico Einaudi (neanche io), White Stripes,
Africa Unite, Capossela, Waits e Cave per non parlare dei Sigur Ros!
Il loro guardaroba tipico mi sembra di averlo già detto: Gigi D'Alessio, Vasco Rossi, System of a Down, Blink 182, Laura Pausini, Red Hot Chili Peppers, Ligabue, gruppi tipo nazisti, house e techno ma anche le cagate degli ultimi 99 posse.... non so Wizzo se ha presente veramente cosa ascoltano i giovani o molto probabilmente se i giovani che frequento io siano solo una parte delinquenziale, borgatara romana e quindi non rappresentativa della demografia musicale giovanile.
Io continuo a nutrire seri dubbi sull'ottimismo generazionale musicale dei tempi odierni e su una sua presunta maggiore libertà d'ascolto (di scelta c'è sicuramente). Poi ci sarebbe da dire sulle cose che sono cambiate in altri campi dello scibile (e qui veramente forse qualcosa è migliorato) ma non mi sembra la sede adatta, per la complessità e la conseguente noia che potrebbe procurare il discorso.
Scusate la virulenza, ma è ciò che penso.

wizzo ha detto...

Vedo che la questione suscita passioni inaspettate. Forse c'è un malinteso di fondo. Tento di spiegarmi: la musica l'ascoltano un po' tutti, solo pochi ne fanno - si perdoni la banalizzazione - una ragione di vita. E' a questa fetta di popolazione giovanile (minoritaria) che mi riferivo quando ho introdotto l'argomento delle "generazioni musicali". Del resto erano minoritarie anche la fette di popolazione che vent'anni fa si dividevano tra punk, metallari, fricchettoni rockettari, dark e chi più ne ha più ne metta: le varie facce di questo caleidoscopio messe insieme non raggiungevano in quantità quelle che seguivano le proposte "ordinarie" delle radio commerciali (Duran, Spandau, Gazebo, Ramazzotti, Nick Kamen o Michele Zarrillo, per citare qualcuno). Per capirci meglio, il mio tentativo è di mettere in relazione chi ascoltava Cure, e Sisters of mercy vent'anni fa e mai si sarebbe confuso con i fan dei Metallica e chi oggi invece ha nella sua discoteca personale il dolce e l'amaro, il calmo e il mosso - per rimanere agli esempi del primo post: Ludovico Einaudi, White Stripes, Africa Unite, Capossela, Waits, Cave e Sigur Ros, cioè artisti che fanno tournee seguitissime, vendono discretamente, ma certo non sono così di massa da raggiungere tutti quelli compresi tra i 16 e i 22 anni. Così come accadeva a jesus and mary chain, ultravox, big country, alarm, ai primi U2 e Rem e compagnia cantante. Insomma, sono i "cultori" della musica di ieri e di oggi che tentavo di mettere in relazione e a cui mi riferivo quando parlavo di generazioni musicali, contaminazioni e maggiore gusto per la libertà, non a chi si accontenta (una maggioranza, anche se sempre meno larga) delle playlist della radiopincopallino di turno. Il fenomeno della contaminazione (secondo me sintomo del "disgelo") del resto, è così presente nella musica di inizio Novanta, che è stato coniato addirittura un termine apposito, crossover, per definire quello stile che svariava, mettendo in crisi i "definitori" di stile.

PS: non sono affatto convinto che complessità faccia rima con noia. Anzi.

Nirva ha detto...

E' vero, oggi c'è più commistione di generi musicali di vent'anni fa, non credo che tutto ciò dipenda dalla caduta del muro di Berlino e della conseguente "Glasnost", credo però che ci sia più offerta da parte delle major discografiche che sgamando il business "rock" ce lo spiattellano in tutte le salse ed ovviamente qualcosa di buono viene su. Mi spiego:
ieri, smanettando con il telecomando becco su mtv un set dei Muse, ottimo gruppo per me anche se un pò modaiolo e sotto il palco un nugolo di ragazzini plaudenti, ora questo avvalorerebbe la tesi di Wizzo, ma io quando vedo i Muse o i Radiohead oppure i Marlene kuntz su Mtv, non penso alla libertà mentale dei suddetti ragazzi, ma alla capacità di un network televisivo-musicale di beccare audience !!!
Sono prevenuto??

wizzo ha detto...

Molto schematicamente:
1) Se come dice Nirva il network tenta di acchiappare audience mandando musica che un tempo sarebbe rimasta nell'ombra è segno che c'è più gente che l'ascolta, quel tipo di musica un tempo in ombra.
2) Lungi da me fare un collegamento diretto tra crollo del muro e gusti musicali. La mia ipotesi è che, cambiato il mondo, il nuovo contesto "deglacializzato" dove alcune cose sono divenute più fluide, abbia potuto avere effetti anche sui gusti musicali, che per dirla in una parola si sono "crossoverizzati". Ciò a sua volta ha prodotto un atteggiamento meno schematico nei confronti degli "stili" da parte degli ascoltatori.

madam, i'm adam ha detto...

beh, direi che ora ci siamo spiegati con wizzo.....
Io ormai l'avevo preso per un peroratore della gioventù musicale odierna....
va bene, diciamo che oggi nella ristretta cerchia dei cultori della musica (Rock? d'avanguardia? e vai anche qui con le citazioni) ci sia molta più libertà di scelta e ci sia questo genere musicale da me mai ascoltato che si chiama crossover (gli unici, forse gli unici che veramente lo hanno mai fatto sono i Primus).
Comunque io, come ho gia ho affermato in in un'altra risposta sono un conservatore in ambito musicale, e quello è l'unico ambito in cui lo sono (come sono ormai anarchico in politica).
C'è una spiegazione secondo voi?